Francesco Delpiano, l’ingegnere recordman del nuoto

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Intervista con Francesco Delpiano

Mi piace pensare alle persone diversamente abili come a coloro che con la metà delle risorse rispetto a un normodotato riescono a fare il doppio di quello che farebbe una comune persona. Francesco Delpiano è un amico, e me lo ha dimostrato in questa intervista.

«Ascolta, a me l’intervista sta bene, purché emerga un messaggio di speranza. Il tempo della rabbia e del dolore l’ho superato, ora ho altro da raccontare».

Quando lo contatto telefonicamente, Francesco Delpiano accoglie la mia richiesta con questa premessa. E quando pochi giorni più tardi lo incontro nella sua Parma, dopo una lunga chiacchierata seduti al tavolino di un bar, capisco che dietro quel suo desiderio c’è la forza di chi, di fronte al dramma che gli ha cambiato la vita, ha saputo riconoscere il “prima” e il “dopo”, e ricostruirsi una seconda vita anche quando il “dopo” gli aveva lasciato nulla del “prima”.

Francesco, partiamo dall’incidente.

«Venerdì 17 febbraio 2000. Di quel giorno, l’ultimo mio ricordo è l’immagine della portiera della mia auto che non riuscirò mai ad aprire: pochi attimi prima che lo facessi, una macchina che proveniva contromano mi ha investito. Mi sono risvegliato nel letto dell’ospedale di Sassari, incapace di muovere la gamba sinistra. A Sassari stavo seguendo la costruzione della metropolitana cittadina, per conto di una delle più importanti società italiane impegnate nella realizzazione di opere pubbliche. Avevo 33 anni ed ero uno dei tre più giovani ingegneri italiani a rivestire quel ruolo. Una carriera in ascesa, e in un attimo mi sono ritrovato privo di tutto».

Qual è stata la diagnosi del trauma?

«Emidistonia. Una malattia neuromuscolare che – al pari del Parkinson – causa disordine motorio e ti rende incapace di essere padrone del tuo corpo. La diagnosi è arrivata un anno più tardi. Infatti, dopo tre mesi di ospedale in Sardegna, la mia situazione clinica stava peggiorando e allora, su consiglio di mia sorella, mi recai a Parma per una visita da un amico medico. Feci il biglietto d’aereo di andata e ritorno, ma quello di ritorno non lo strappai mai. Rimasi a Parma è lì cominciai la mia battaglia».

È stata lunga la riabilitazione?

«Per quattro anni non ho fatto altro che pensare a “rimettere insieme i cocci” del mio corpo. Per quattro anni ho messo da parte tutti gli altri aspetti della mia vita. Per quattro anni ho vissuto al Centro di Riabilitazione Neurologica delle Terme di Monticelli, in provincia di Parma. Facevo terapia da lunedì a sabato, dalle 8 alle 13 e dalle 14 alle 18: gli orari di lavoro di un impiegato. E ancora oggi, pur avendo recuperato la mobilità con l’uso delle stampelle, ogni tre mesi devo presentarmi in ospedale per sottopormi a una cura farmacologica a base di tossina botulinica, per contrastare gli effetti della malattia».

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Chi ti ha dato la speranza?

«La speranza in questi casi te la devi dare da solo, nessun altro ti può aiutare. Quando i medici mi comunicarono il mio disagio, non mi diedero un minimo di speranza. “Mettiti il cuore in pace, non sarà più come prima”, dissero. L’emidistonia ha sempre origine genetica, ma nel mio caso fu scatenata dall’evento traumatico. Come il mio, ci sono solo altri ventisei casi del genere al mondo. Mi rivolsi ai dottori e chiesi loro: “Sulla base di quale studio, di quale statistica dite ciò?” Se c’era una sola possibilità di recuperare la mia vita, io volevo giocarmela».

E in questo è stato determinante il nuoto.

«Il Centro di Monticelli era diventato la mia “casa”, non avevo altre relazioni sociali. Dopo le terapie, rimanevo lì a trascorrere il mio tempo. All’interno c’era una piscina, e cominciai a frequentarla. All’inizio ci andavo per… piangere. L’acqua era il luogo dove non dovevo dare conto a nessuno e potevo sfogare la mia rabbia e il mio dolore. Ho dovuto svuotarmi di tutto, prima di ricominciare a guardare avanti. Poi, ho scoperto che nell’acqua il mio corpo poteva esprimersi in modo diverso. Ho cominciato a “danzare”, poi a nuotare, fino a riprendere consapevolezza del lato sinistro del mio corpo, quello danneggiato dall’incidente. E ho affrontato con più ottimismo anche le terapie».

Sei rinato nell’acqua?

«L’acqua mi ha aiutato a non mollare. Ho dovuto combattere prima contro le istituzioni pubbliche, per avere il diritto alle cure, poi contro i giudici, per vedermi riconosciuta l’invalidità (e dopo otto anni, il processo è ancora in corso), infine contro me stesso, per accettare questa mia nuova condizione fisica e sociale. Prima dell’incidente, io ero un tipo molto sportivo: giocavo a calcetto, pedalavo, correvo a piedi. L’acqua, senza che me ne accorgessi, mi stava avviando a una nuova attività sportiva».

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con Massimiliano Rosolino


Fino ai vertici del nuoto italiano e del ranking mondiale.

«È successo tutto per gradi. La scintilla che mi ha portato alle competizioni è stata una sera di febbraio 2006, quando accesi la televisione e vidi le immagini delle Paralimpiadi di Torino: c’era uno sciatore tedesco, senza una gamba, che stava affrontando uno slalom gigante. Rimasi folgorato. Ricordo che per quasi mezz’ora restai in piedi sulle stampelle, con lo sguardo perso nel vuoto. Dentro di me una vocina cominciò a domandarsi: “Perché io no?”».

La prima gara?

«Aprile 2006. Grazie a mio cognato Alfredo, anche lui nuotatore disabile, mi tesserai per la società Gioco Polisportiva Parma e partecipai ai campionati regionali. Con mio grande stupore, vinsi tre gare e feci tre record: 50 e 100 stile, 100 farfalla. Ma per me era tutto un gioco. Terminate le gare, feci la doccia e me ne tornai a casa, senza partecipare alla premiazione. Ma da allora ho continuato a gareggiare ed è stato un crescendo. Agli italiani di fine luglio vinsi un argento e un bronzo, più un quarto posto».

Da lì a Pechino mancavano due anni.

«Nel 2007, in Italia non avevo più rivali: battevo tutti e stabilivo record. La Nazionale cominciò a interessarsi a me. Ma ben presto mi accorsi di essere un elemento che poteva “destabilizzare” certi equilibri. C’erano atleti che stavano preparando l’Olimpiade da un quadriennio, mentre io ero riuscito ad affermarmi in soli tre mesi a livello nazionale e in otto mesi a entrare nei primi trenta del ranking mondiale. A Pechino non fui convocato, ma lo stesso giorno che ricevetti la notizia dell’esclusione, appresi anche che sarei presto diventato papà. La mia medaglia l’ho comunque portata a casa».

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con Filippo Magnini

Oggi come ti alleni?

«Da agosto 2006 sono seguito da Katia Boldrini, che ha scommesso su di me fino al punto di fondare da zero una società, la Cigiesse. Siamo noi due più un secondo atleta, un ragazzo down campione italiano nella sua categoria. E poi c’è Endurancenter di Pontetaro, la struttura polifunzionale diretta da Daniele Zammicheli. Daniele è un amico che ama lo sport in maniera viscerale, di qualsiasi disciplina si tratti. Quando è venuto a conoscenza della mia storia, ha voluto conoscermi di persona. “Non ti posso offrire supporto economico – mi disse –, però metto a tua disposizione l’intera struttura affinché ti possa preparare al meglio”. Da allora sono seguito da un nutrizionista, un preparatore, un posturologo… e grazie a loro ho limato i miei tempi di qualche secondo. Peccato, però, che ora sia sempre più difficile trovare il tempo per allenarmi».

Perché?

«A marzo è nata mia figlia, Maria Elèna, e da quattro mesi mi sono reinserito nel mondo del lavoro. Sono manager per le gare di appalto di una grossa società che, tra l’altro, fornisce macchine di supercalcolo per il Cern di Ginevra. Ci ho messo quattro anni per conquistarmi la fiducia di chi mi giudicava dalle gambe prima che dalla testa. Con poco tempo a disposizione, mi alleno la metà di quello che dovrei, anche perché diventa difficile trovare una piscina che metta a disposizione una corsia tutta per te. Non ho un impianto fisso dove mi alleno, ma vado dove posso, tra Fornovo, Modena o Reggio Emilia».

Credi che lo sport disabile abbia poco spazio in Italia?

«Io stesso, prima dell’incidente, non facevo caso alle persone con qualche handicap. Il disabile tende a essere “invisibile”. Io non chiedo di essere privilegiato, ma nemmeno di sentirmi in un ghetto. È falso dire che noi disabili siamo uguali agli altri, noi siamo diversi, ma meritiamo la stessa dignità. Sotto questo punto di vista, Luca Pancalli, presidente del Cip (Comitato Italiano Paralimpico, ndr), sta facendo un ottimo lavoro. È stato il primo a veicolare il messaggio di uno sport che offra pari opportunità a tutti. Distinguere gli atleti disabili sarebbe come distinguere l’atleta nero dal bianco, l’uomo dalla donna. Si creano sottocategorie inutili. Lo sport è per tutti».

francesco-delpiano-bordo-vascaL’agonismo comporta anche delle spese. C’è qualcuno che ti aiuta economicamente?

«Qualche aiuto arriva soprattutto dagli amici o da chi, conoscendo la tua storia, ti offre un piccolo sostegno. Ma se punti in alto, le spese da sostenere crescono di conseguenza. Un body da gara, ad esempio, costa fino a 5000 euro e se vuoi fare esperienza devi gareggiare all’estero e pagarti le trasferte. Mi è sempre più difficile arrivare a tutto. Se almeno ci fosse un grosso sponsor che mi desse la possibilità di dedicare più tempo agli allenamenti, potrei migliorare ancora. Senza pretese, credo di essere solo al settanta per cento delle mie potenzialità. Quest’anno ci sono i Mondiali di nuoto a Roma e i Giochi del Mediterraneo a Pescara. Due grandi vetrine per il nuoto italiano. In entrambe mi piacerebbe essere competitivo, ma so che senza allenamento non si improvvisa nulla. La volontà da sola non basta».

A chi rivolgi il tuo messaggio?

«A chi legge dico: “Qualunque cosa facciate, credeteci sempre”. A mia figlia Maria Eléna, vorrei raccontare che se è vero che una parte del mondo non va… ne esiste un’altra che funziona a meraviglia e che se vorrà sarà sempre pronta ad aiutarla e ad affiancarla nella strada della vita. E alla mia compagna Carla dico grazie, perché ogni giorno mi dà la grinta per lottare. I miei successi sono anche merito suo».